17 Giugno 2024
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Da workplace a lifeplace così l’ufficio diventa inclusivo

Illuminazione, acustica, temperatura e scelte cromatiche, arredo, design, ma anche accessibilità e interconnessione: da una ricerca di Covivio le indicazioni per ripensare gli spazi di lavoro

di Cristina Giua

Se design e progettazione, per funzionare, devono essere “la soluzione e non il problema”,  ecco che l’elaborazione di nuovi criteri per creare spazi di vita-lavoro diventa un “valore aggiunto” irrinunciabile per una società come Covivio che – per quanto riguarda l’attività in Italia – sviluppa e gestisce immobili a destinazione direzionale concentrati nell’area di Milano.

Di bilanciamento vita-lavoro se ne parla tantissimo e da tempo: con il rientro in ufficio dopo il periodo pandemico, il tema della diversità, come base per un’azienda che vuol essere competitiva e attrattiva, è tonato alla ribalta, forte anche dell’esperienza sui ‘pro e contro’ delle modalità di lavoro smart. In questo senso il paper «Dal workplace al life place. Scenari e linee guida per progettare spazi di lavoro più inclusivi”, promosso da Covivio, nasce proprio dal bisogno di ripartire dai fondamentali. «La condizione necessaria per questo cambio di passo – interviene Alexei Dal Pastro, Ceo Italy Covivio – è coinvolgere gli utenti finali, in fase di progettazione e con regolarità nelle fasi successive, per pianificare eventuali interventi correttivi: la partecipazione degli utenti a questo processo è uno degli strumenti più potenti che le organizzazioni hanno per dare voce alla comunità che abita i loro spazi». Come si costruisce, quindi, questa inclusività? «Prestando un’attenzione particolare – risponde Dal Pastro – alle diversità e alle specificità rappresentate in primis dalla disabilità fisica, psichica e sensoriale, il genere e la cultura, che comprende in senso lato provenienza, etnia, credo religioso. L’ufficio diventa così uno spazio multidimensionale, connesso, globale e vitale, sempre più orientato al benessere: da workplace a life place».

Gli input che emergono dall’indagine sono tanti e meritano un’analisi più attenta del semplice elenco dell’orto bio da coltivare in terrazzo o dell’inevitabile calciobalilla. Prendete, dunque, nota architetti e progettisti, ma anche investitori e aziende in cerca di un nuovo quartier generale: un tema forte che emerge dalla ricerca è quello urbanistico-architettonico: ovvero, l’immobile a destinazione uffici è inclusivo quando è in grado di “sfumare il perimetro – si legge nella ricerca –  tra città pubblica e città privata”. Come? Con una dimensione spaziale che permetta la permeabilità tra edificio e contesto (ad esempio: intermodalità dei mezzi di trasporto, accessibilità, spazi esterni attrezzati). In materia di arredo e design, le raccomandazioni della ricerca riguardano le postazioni di lavoro, le aree comuni e le sale riunioni. Tutti questi ambienti devono tenere conto di un comfort che si definisce “inclusivo” quando rispetta le esigenze di illuminazione, acustica, temperatura e scelte cromatiche. E se l’ergonomicità di sedie, tavoli, scrivanie o la presenza di phone boot sono benefici riconosciuti dai più, sono molto più innovative le aree pet friendly (come nel caso di Mars, cliente Covivio negli uffici Symbiosis) o il servizio take-away del pranzo (come Boheringer Ingelheim, sempre in Symbiosis), dove, tramite app, i dipendenti selezionano e prenotano il pasto che sarà pronto negli smart locker allestiti in area mensa.

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